IL PENSIERO OSSESSIVO E L’ASSUNZIONE DEL RISCHIO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS a cura della Dott.ssa Irene Paluzzi


Premessa
Il coronavirus, con la sua alta probabilità di contagio e conseguente diffusione ci ha costretto
nel giro di poco tempo a trasformare la nostra vita.
La trasformazione in questo caso è il risultato di un trauma che l’intera società vive.In un
mese abbiamo dovuto limitare spostamenti, allontanare familiari, sospendere le attività
lavorative e aderire a rigidi protocolli anti contagio. La tv, i giornali, i programmi televisivi,
tutto parla solo di virus e i bollettini giornalieri sono un appuntamento fisso in cui si attende
con speranza una diminuzione dei casi. Di fronte alla pandemia, com’è cambiato il nostro
pensiero? Alla fine di questo periodo, quanto e come sarà influenzata la nostra percezione di
minaccia all’integrità fisica e mentale?
Pensare di essere stati contagiati o cercare di abbassare il più possibile la probabilità di
esserlo non è necessariamente sinonimo di pensiero ossessivo. In generale di fronte ad un
pericolo lo scopo è sempre quello di allontanare lo stimolo minaccioso e proteggersi da un
eventuale danno. Vediamo, quindi, quali sono le differenze tra una situazione che desta
preoccupazione e un vero e proprio disturbo ossessivo compulsivo.
Le caratteristiche del pensiero ossessivo
Come abbiamo accennato non basta essere preoccupati rispetto ad un contagio per
diventare ossessivi. Adesso più che mai è ragionevole temere di contagiarsi se non si
rispettano certe misure di sicurezza. Allora quando dobbiamo considerare il pensiero e il
nostro comportamento ossessivo?
Ciò che differenzia una preoccupazione da un’ossessione è che quest’ultima è intrusiva,
cioè permane nonostante rassicurazioni,ruminazioni,evitamenti e compulsioni e
compromette il regolare decorso della vita sociale, intima e lavorativa della persona.
Tra i tanti dati che abbiamo in letteratura, vale la pena citare due approcci cognitivisti che
cercano di restituirci una mappa dentro la quale la persona ossessiva si muove suo
malgrado.

Il primo approccio,dice che le ossessioni fanno riferimento alle personali intenzioni del
paziente, che siano finalizzate al raggiungimento di precisi scopi e mediate dalla
rappresentazione che la persona ha di sé stessa e della realtà (Dennet, 2001).
Ciò spiegherebbe perché la natura delle ossessioni cambia, nonostante come vedremo
esistano precisi sottotipi di pensieri ossessivi e soprattutto a cosa queste servano.
Il secondo, invece, che suggerisce l’ipotesi di una scarsa fiducia che i pazienti avrebbero
della propria memoria (Radomsky e Rachman, 1999) e che tale sfiducia si accentuerebbe
drasticamente nei casi di controlli ripetuti (Van de Hout e Kindt, 2002). Nel dettaglio, questo
spiegherebbe perché ,durante una compulsione che tenta di tenere a bada un pensiero
ossessivo, la persona nonostante ripeta più e più volte la stessa azione non riesca ad
ottenere la certezza di averla compiuta.In altri termini, potremmo dire che la fissazione,
aumenta la sfiducia verso il proprio ragionamento. Questo ovviamente non ci permette di
analizzare completamente il disturbo, ma almeno di avere una rappresentazione semplice e
abbastanza chiara di come si organizza un’attività ossessiva compulsiva.

Le tipologie di DOC e le implicazioni ai tempi del Coronavirus
E’ possibile distinguere quattro sottotipi di sintomi che delineano un profilo ossessivo:
i checkers, i washers, ordine e simmetria e pensieri proibiti. Spesso i pazienti hanno avuto
nel corso della loro vita, sintomi che appartengono a più di una categoria, ciò ci suggerisce
che il DOC sia un disturbo unico. In questo articolo ci occuperemo in particolare dei primi
due sottotipi, tenendo però sempre ben presente che non vi è necessariamente una netta
separazione. Appartengono ai checkers coloro che hanno la necessità di controllare
qualcosa affinchè nulla sfugga e si azzeri completamente la probabilità che avvenga una
catastrofe. Ovviamente è totale l’assunzione di responsabilità da parte della persona che si
impegna in maniera estenuante nell’evitare che si diventi causa del male degli altri. Ai tempi
del coronavirus si potrebbe tradurre nella paura di contagiare i propri familiari o le persone
con cui si è entrati in contatto qualora non si sia stati attenti a sterilizzare ogni singolo
oggetto toccato o scambiato. Per ovviare a questo, in genere l’ossessivo comincia ad
utilizzare una serie di comportamenti volti a controllare la minaccia. Rientrano tra queste: la
ruminazione, ovvero passare alla mente tutti i contatti avuti e gli oggetti toccati e valutare
mentalmente la probabilità che sia davvero avvenuto un contagio, la rassicurazione in cui
in genere sono coinvolti i familiari o il partner, l’ evitamento e quindi rifiutarsi di raggiungere
posti in cui ci si troverebbe ad avere il pensiero ed infine le compulsioni di controllo, vale a
dire la strutturazione di rituali che secondo la persona riducono o meglio azzerano la
probabilità di prendere e di trasmettere il virus.
Nei washer invece lo scopo centrale è quello di prevenire o neutralizzare la
contaminazione. Al livello clinico, distinguiamo quattro diversi timori di contaminazione: il
primo è quello di contrarre malattie, il secondo quello non necessariamente pericoloso per la
salute ma relativo al contatto con cose sporche e che suscitano disgusto, il terzo, invece, si
riferisce alla contaminazione morale e quindi sfuggire ai contatti con persone reputate
deplorevoli o degradate, ed infine la contaminazione della sfortuna in cui avere contatti con
cose o persone associati a situazioni non fortunate è condizione da evitare.
Come per i checkers anche qui c’è una piena assunzione di responsabilità. Una
disattenzione, anche piccola potrebbe portare ad una catastrofe e farebbe sprofondare la
persona in un profondo senso di colpa (Mancini 2002). I comportamenti che mantengono il
sintomo anche in questo caso, sono gli stessi che la persona mette in atto per ridurre
l’effetto, ovvero: ruminazione, rassicurazione, evitamento e compulsioni (nei washer chiaramente di lavaggio). Se pensiamo a come oggi intendiamo il lavaggio delle mani, non ci
risulta così lontano associarlo al significato ossessivo della contaminazione: “avrò passato il
sapone su tutta la superficie delle mani?”, “Avrò lavato le mani per un tempo sufficiente?” “E
se durante il lavaggio mi fosse sfuggito qualcosa?”. Questi sono tutti pensieri che oggi
vengono ragionevolmente giustificati dall’attenzione posta a contrastare il coronavirus, ma
che di base si muovono intorno alla riduzione del rischio e nei casi patologici al suo
completo e impossibile annullamento.

L’assunzione del rischio e le ripercussioni inaccettabili
Perchè una persona DOC non riesce ad accettare che è impossibile avere la completa
certezza che qualcosa potrebbe non andare per il verso giusto? E’ proprio intorno a questa
domanda che il sintomo si struttura. Mentre nella maggior parte della popolazione non
clinica è possibile accettare che si possa non avere lavato perfettamente le mani oppure che
si possa aver toccato nell’arco della giornata un oggetto contaminato, negli ossessivi
l’assunzione di una piccola percentuale di rischio è inaccettabile.
“E lei me lo può assicurare dottore che non succederà niente?”, è chiaro che non possiamo
garantire l’assoluta certezza in ogni ambito, perché, ogni giorno, gli esseri umani si
assumono una percentuale di rischio. Questo atteggiamento, che ad un certo punto ci porta
a “fare spallucce” diventa salvifico.
La chiave per capire questa differenza è stata accennata precedentemente e richiama la
piena responsabilità che la persona sente di avere se non si comporta in un certo modo. Se
si dovesse verificare l’evento temuto non solo ne sarebbe pienamente responsabile ma ciò
provocherebbe un profondo e spaventoso senso di colpa (Mancini, 2002). La presenza di un
forte senso di responsabilità è stata dimostrata in numerosi studi sull’attività compulsiva sia
in soggetti clinici sia non clinici (Rachman et al,. 1995; Rhéaume et al, 1995). Alla fine degli
anni novanta però, un esperimento in particolare, ha confermato che la credenza di essere
massimamente responsabili di ciò che potrebbe accadere è un criterio discriminante tra i
pazienti con DOC da una parte e soggetti di controllo normali dall’altra (Steketee, Frost e
Cohen,1999). Nell’esperimento condotto, veniva chiesto di confezionare una serie di pillole.
Si è osservato che il lavoro veniva svolto con attenzione e precisione, in particolar modo
dalle persone ossessive. Quando fu aggiunto, però, che se avessero sbagliato a
confezionare anche solo una di queste pasticche alcune persone avrebbero perso la vita,
anche il comportamento del campione di controllo diventò ossessivo.
Considerazioni finali
Il senso di responsabilità è un buon predittore di ossessioni e compulsioni (Salkovskis et al.
2000). E’ necessario prestare molta attenzione a come agiamo in questo periodo. Rimarrà
ancora per molto tempo l’esigenza di essere scrupolosi, accurati e precisi nei comportamenti
di controllo dei contatti e nei lavaggi. Questo indubbiamente cambierà il nostro modo di
relazionarci e di stare al mondo e probabilmente per certi aspetti una volta superato tutto
potremmo sperare di aver finalmente compreso cosa significhi rispettare l’altro, la sua
vicinanza, il suo contatto non scontato. Sperare di migliorare anche le condizioni igieniche di
autobus, treni, strade, ristoranti. Sperare di avvertire quel senso di responsabilità non solo
nei pensieri di contagi e contaminazioni, ma anche nell’essere cittadini con un ritrovato
senso civico. Dal punto di vista clinico, noi professionisti del settore abbiamo la responsabilità di informare e cercare di trasmettere quel senso di consapevolezza circa la natura di certi comportamenti. In questo caso, affinché non dilaghi l’ossessione è indispensabile sentirsi il giusto responsabili, vale a dire, tenere alla mente di essere parte di una collettività che ha la responsabilità, certo, ma anche il potere di migliorare la situazione.

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